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Questo documento è condiviso da un gruppo di psicologi, psichiatri e psicoterapeuti preoccupati per l’uso che sovente, nel discorso pubblico, viene fatto da terapeuti — anche popolari presso il grande pubblico — di categorie psicologiche e psicodiagnostiche allo scopo di designare soggetti identificati come avversari politici.
Siamo terapeuti di differente orientamento teorico, uniti dal desiderio di informare le persone che quel modo di agire non è condiviso e costituisce una eccezione.

Vogliamo precisare che siamo contrari ad ogni settorializzazione e ghettizzazione del pensiero scientifico e professionale e anzi riteniamo che ogni professionista che si occupi dei sistemi umani e sociali abbia un preciso dovere di rispondere alla funzione sociale e politica inerente la propria professione e le proprie conoscenze.
Abbiamo dunque a cuore il ruolo di stimolo e riflessione che la nostra posizione intellettuale può ricoprire e pensiamo che fino ad oggi sia stato ben poco rappresentato il valore e il contributo che i nostri saperi hanno svolto a livello sociale.
Tuttavia, proprio in quanto riteniamo importantissima la funzione intellettuale delle nostre professioni riguardo la salute mentale e pubblica, riteniamo una pericolosa deriva l’utilizzo di un lessico scientifico, diagnostico, che in genere utilizziamo per aiutare chi non sta bene, al posto di un insulto o di una critica personale o politica.
Pur nelle differenze di orientamento, tutti noi dunque esercitiamo costantemente una responsabilità sociale, politica e ‘amministrativa’ del nostro sapere. Perché abbiamo la misura di ciò che fa ammalare nei luoghi della vita e del mondo, nella forma delle città, dei posti di lavoro, delle relazioni. Militiamo professionalmente affinché tali forme siano più ‘psicologiche’, calibrate su misure umane e rispettose delle soggettività che ne sono riguardate.
Quindi, non è la partecipazione politica che ci pone problemi.
L’uso polemico della diagnosi ci pone piuttosto problemi ad altri livelli.

I nostri autori, i nostri maestri hanno concepito le nostre categorie e le nostre parole in un’ottica di cura, di aiuto.
La psicologia, la psicoanalisi e la psicoterapia nascono come cura delle parole, le parole che curano, aiutare a trovare le parole per dirlo.
L’uso contro l’avversario prende e porta via dal contesto della cura queste nostre parole e le ‘cala’ nell’agone elettorale. Ne tradisce lo scopo, utilizzandole per colpire, offendere, disprezzare l’Altro che avversa.
Tradendone scopo e contesto, ne offende l’anima e il significato.
Offende noi e la nostra professione.
Chi lo fa, se fosse iscritto al nostro Ordine, dovrebbe rispondere della violazione di vari articoli del nostro Codice deontologico.
Riteniamo che quel modo di procedere screditi il lavoro di centinaia di professionisti che in genere non utilizzano categorie nosografiche per esprimere disprezzo e soprattutto non per screditare avversari politici. Siamo preoccupati per quello che un paziente che è stato identificato in una certa etichette diagnostica possa percepire quando la diagnosi della sua sofferenza psichica viene usata come elemento denigratorio.

Oggi più che in passato questo uso della psicodiagnosi viene messo esplicitamente al servizio di una parte politica, persino da palchi pubblici. In passato altri colleghi illustri si sono misurati con la psicodiagnosi “a distanza” di altri personaggi politici. Al di là dell’orientamento politico di ciascuno di noi, riteniamo che la salute mentale non possa essere argomento che esce fuori dallo studio del clinico per uso discriminatorio, al di là persino delle nostre differenze epistemologiche. Infatti, se riteniamo che la psicodiagnosi sia uno strumento “oggettivo” per identificare dei danni con uno statuto di esistenza reale, allora essa va utilizzata secondo modalità che ne garantiscano la scientificità; se invece siamo convinti che essa non sia più che un costrutto condiviso che ha senso dentro una relazione e dentro un contesto, ancora meno ha senso farne usarla come un dispositivo d’autorità per legittimare una propria posizione politica.

“Bipolare”, come “schizofrenico”, “psicotico”, “disturbato”, “disagiato psichico”, non è semplice descrizione: è un dato sensibile ricavato da una lunga valutazione clinica che non dovrebbe essere divulgato. Fuori da questo contesto è un insulto, uno stigma, specie se usato come argomento politico e discriminatorio.
Altro è utilizzare un lessico psicoanalitico, o estesamente clinico, per leggere i fenomeni sociali e politici. Molti di noi lo fanno e continuano a trovare preziose le letture di Reich, Fromm o Foucault; ma qui parliamo dell’uso ad personam di termini psichiatrici o diagnostici psicoanalitici per dire a qualcuno che il suo essere (presunto) malato psichico, anziché un problema da affrontare e risolvere, è uno stigma mentale e politico.
Un conto è esprimere un giudizio personale e politico anche forte verso le capacità di un personaggio politico, un conto è infarcire questo giudizio dall’alto della propria posizione di esperto del settore derivando dal lessico diagnostico presunte incapacità personali.

Su tale tema si è già espressa, senza alcuna esitazione e dubbio, l’APA,
l’Associazione Americana di Psichiatria dichiarandosi contraria per motivi di riservatezza e rigore professionale a petizioni pubbliche diagnostiche a proposito del Presidente degli Stati Uniti e dei suoi presunti squilibri psichici, e mostrando la nostra stessa posizione e sensibilità.
Al di là dell’autorevolezza di tale parere, il punto che vogliamo ribadire è che il ruolo pubblico ricoperto da un professionista nel momento in cui utilizza il suo strumentario culturale e scientifico non può essere disgiunto da quello di semplice cittadino. La sua appartenenza ad una professione lo vincola in ogni momento e laddove si esprime pubblicamente ad un orizzonte etico-deontologico dal quale non può chiamarsi fuori in nome di una presunta super-etica personale. In particolare è suo primario dovere tutelare il paziente e la fiducia che egli ripone in noi come curanti. E qualora emergesse che lo stesso psicologo o psichiatra che cura determinate persone con problemi diagnosticamente rilevanti utilizzi quelle diagnosi o le parole del medesimo lessico per deplorare i propri avversari politici si può ben capire come questo infici pesantemente l’autorevolezza di quel professionista e getti una pesante ombra sulla categoria di cui fa parte.
Se non si comprende che la ratio reale e profonda su cui poggia una determinata regola deontologica è quella della tutela dell’atto professionale e della sua credibilità, è fin troppo facile vivere queste considerazioni come inutilmente repressive e liberticide.

C’è poi un altro aspetto.
È sleale utilizzare fuori contesto le nostre categorie e i nostri strumenti come armi improprie perché sono armi che noi possediamo e l’altro no.
Non è dunque un confronto alla pari.
Se non è conscio, è inconscio: e l’altro come può replicare?
Nei confronti interpersonali della vita di ogni giorno, dovremmo avere esposizioni personali. Non portare sempre lo studio con noi per giocare ogni partita in casa.
Al clinico non dovrebbe interessare il vincere facile, dovrebbe interessare di più la comprensione e l’esplorazione delle complessità.

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36 pensieri su “Documento

  1. Sono d’accordo e aderiscono: troppi professionisti di rilievo – almeno mediatico, non do sempre se anche scientifico – usano il loro ascendente in contesti estranei alla loro – almeno pretesa – area di ricerca e/o di lavoro. Vale anche per noi sociologi, per i filosofi…
    Dovremmo sempre riservare la nostra autorevolezza ai contesti di lavoro e di ricerca.

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  2. Sono fortemente convinto che la propria posizione politica debba, eticamente, esprimersi attraverso argomentazioni politiche e attraverso l’analisi politica -non psicopatologica- dei contenuti dei discorsi dei candidati alle elezioni politiche, e non già ricorrendo invece alla psicoanalisi degli stessi, formulando diagnosi cliniche.
    Non sono in altre parole -e lo dico come elettore, prima ancora che come psicoanalista- per niente d’accordo con qualsiasi uso strumentale della psicoanalisi al servizio di una propaganda elettorale.
    Con questo non sto assumendo nessuna posizione politica a favore di questo o quel gruppo o leader politici, ma solo formulando una mia considerazione di carattere etico, di etica della psicoanalisi per la precisione.

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  3. Condivido completamente il contenuto di questo documento. Se fosse possibile, lo retrodaterei di almeno una quindicina di anni; da quando, cioè, la discussione politica si è fatta particolarmente scadente ed ogni mezzo, compresi quelli offerti dalla psicopatologia, sembra essere divenuto legittimo al fine di screditare e demonizzare gli avversari. Giuseppe Sammartano, psicologo, psicoterapeuta, gruppoanalista. Trapani.

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  4. Condivido ogni punto del documento e mi interrogo sulla portata di questa riflessione anche nella quotidiana dimensione professionale, nel rapporto tra colleghi, nell’immagine della categoria professionale.
    Nel linguaggio comune è fin troppo abusata la frase “quella persona non sta bene” (facendo il segno con il dito indice che picchietta sul lato della fronte).
    Mi interrogo di fronte all’uso di tali modalità anche nel “privato”. È convenzione usare la derisione per screditare l’altro, manipolarlo.
    Gli etichettamenti psichiatrici “sei un ossessivo”, “è un po’ border”, sono ormai contenuto comune anche tra i professionisti del settore.
    Se ne osserviamo lo scopo, la derisione “basata sulla diagnosi” , risulta una forma di manipolazione con un preciso intento: controllare l’altro attraverso la “svalutazione”, poiché considerato “inadeguato” e portatore di comportamenti ritenuti “inferiori”. Va da sé come questo tenda a confermare lo stigma nei confronti delle persone con disabilità psichica, creando esclusione ed emarginazione, invece che accoglienza e inclusione.
    Una forma “elegante” di insulto, mascherata da un aspetto “ludico” e facilmente rinnegabile.
    I professionisti che si trovano ad usare queste modalità stanno contravvenendo a importanti principi di base della professione, usando impropriamente il proprio ruolo e in taluni casi ostacolando il lavoro di altri professionisti:
    art.3, art. 4, art. 8, (principi generali)
    art. 25, art. 28 (rapporti con l’utenza e la committenza)
    art. 36 (rapporti con i colleghi)
    (codice deontologico degli psicologi italiani)

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  5. Sono contenta di questa presa di posizione contro un comportamento che non è solo oltraggio alla clinica e affronto all’etica. È anche una mostruosità epistemologica, è una forma di doping, un uso fraudolento di una pratica medica.

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  6. Finalmente ! Usiamo bene le parole: le parole che hanno una ‘anima’ dentro che va rispettata. Non so se sia assenza di consapevolezza o di sentimento , tali da averci portato a questo declino volgare e spesso violento. Eccellente questa vostra scelta di porre fine ad una umiliazione nei vostri confronti e di chi veramente soffre . Grazie! 🙏🏻🌹

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  7. Vi ringrazio per questa iniziativa che mi permette di condividere la mia indignazione invece di viverla come sempre in maniera solitaria. Su questa abuso di Recalcati ho scritto personalmente al Fatto quotidiano senza però riuscire a destare attenzione. Mi associo dunque al vostro documento e sinceramente non mi esimo dal confessarvi che se una diagnosi fosse possibile la riserverei alla tracotanza di Recalcati stesso e del suo “cocco” politico. Un cordiale saluto. Giuliana Mieli

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  8. Non solo condivido in tutto e per tutto quello che è stato detto, ma aggiungo che questo è lo stile di chi mistifica e manipola la realtà per raggiungere scopi e interessi personali in modo disonesto.

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  9. Penso sia corretto, anche nel rispetto di quelle persone che invece hanno queste problematiche e le vedono così banalizzate.
    Bisogna educarsi al rispetto delle persone, a maggior ragione se si è una persona che vuole occuparsi del bene pubblico.
    Annalisa Di Luca
    Milano

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    1. rispondo a tutti.
      intanto, piacere di conoscervi.
      sì, mi pare che siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda.
      ribadisco, quando si ha un ascendente sulle persone, specie quelle con cui si ha una posizione “asimmetrica”, nel rapporto, bisogna usare la comunicazione – i media, il proprio discorso – con prudenza.
      fra l’altro, il sistema dei media in questi anni ha favorito per molti una declinazione quasi “divistica”, che nons empre è stata gestita correttamente: siamo pieni di “maestri” che parlano fuori del contesto in cui sono dei maestri…
      a volte invidio scrittori come Pynchon o Salinger: parla(va)no solo attraverso i loro libri. e basta…

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  10. Come non condividere. L’uso di tali etichette rinforza lo stigma. Ma io mi chiedo anche, come ci posizionamo nel proteggere coloro che sono vittime di tale abusi? Qualcuno qui ha fatto una discriminazione netta tra l’analisi politica e la psicopatologica – naturalmente per me che sono sistemica, questa separazione non e’ netta – al contrario, le communita’ e le societa’ stesse soffrono di tali mali. Insomma, condivido il pensiero, ma mi chiedo quale e’ l’azione che ne potra’ scaturire. Cinzia, psicologa e psicoterapeuta sistemica e della famiglia (Londra, va bene lo stesso?)

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    1. buongiorno, Cinzia.
      Londra, perchè no?
      non so se anche lì la politica “parlata” – fra tv e web – ha raggiunto le dimensioni di sgraziato gossip e volgarità scateata che ha in Italia.
      sta di fatto che seppure l’agire e il pensare politico non è separato dal resto della vita sociale (ci mancherebbe) ci vorrebbe un po’ più di misura… e di separatezza fra il proprio ruolo professionale e l’espressione dei propri punti di vista quando si è in posizioni oggettive di vantaggio, di potere. specie nel vostro caso: psicoterapeuti, psicologi…
      e poi c’è dell’altro: chi “va in tv” aggiunge alla sua eventuale fama di professionista anche l’ascendente oggettivo di essere, appunto, in tv, tratto che diventa autonomo dalle ragioni pe cui è arrivato lì. allora: parla come personaggio televisivo, o come professionista? si crea una mistura confusa fra le due caratteristiche, che “sporca” la dimensione dei punti di vista che esprime.

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